La guerra tech tra Cina e USA è una bomba atomica che frena lo sviluppo

23 Settembre 2019

La guerra tra Cina e Usa per il dominio commerciale è una vera e propria una bomba atomica che non fa sconti e colpisce indiscriminatamente. Attualmente, nessuno è contento e i danni sono tangibili e ancora non del tutto quantificabili. Questa guerra costituirà un grande freno allo sviluppo tecnologico? Analizzando la situazione, la risposta sembra scontata.  

Uno dei mercati più fruttuosi è senza dubbio quello hi-tech che ha portato a quella che è diventata una vera e propria rivoluzione tecnologica. Un mercato che abbatte i confini e che diventa sempre più globale muovendo ingenti capitali non può lasciare indifferenti i governi dei paesi coinvolti in questa rivoluzione. I due poli principalmente coinvolti in questa guerra tech sono Cina e USA, due fazioni da sempre agli antipodi ed in contrasto da molti anni, soprattutto su questioni riguardanti la protezione dei dati, lo spionaggio e la salvaguardia della sicurezza nazionale.

Le notizie degli ultimi mesi riguardo la “guerra USA e Huawei” in realtà sono solo gli ultimi episodi di una storia di conflitti che ha radici molto più profonde che affondano in un passato ricco di avvenimenti e reciproche accuse che riguardano solo per gli ultimi anni l’amministrazione Trump.

L’ingresso dei player cinesi nel mercato high tech occidentale

Nel mercato hi-tech, uno dei pilastri fondamentali su cui spesso si gioca la partita dell’innovazione è senza dubbio rappresentato dagli smartphone e dai dispositivi “sempre connessi”. Le grandi aziende del settore hanno da tempo accettato la sfida, affrontandola attraverso il lancio sul mercato di dispositivi sempre più performanti in termini di velocità dei processori, qualità delle fotocamere, dei display e della connettività.

Il mercato smartphone negli ultimi anni ha subito notevoli trasformazioni e probabilmente oggi ha raggiunto un momento di rallentamento della sua espansione che, fino a qualche anno fa, sembrava inarrestabile. Ultimamente in Occidente, accanto ai soliti noti che negli ultimi anni si sono spartiti a mani basse le grandi fette della torta, si sono affacciati i produttori cinesi che hanno cominciato ad offrire prodotti particolarmente competitivi dal punto di vista tecnologico, a prezzi a dir poco aggressivi.

Scardinata l’idea comune delle “copie mal riuscite” e low cost di prodotti più blasonati (le cosiddette “cinesate”) e superate le prime diffidenze dei consumatori, le aziende cinesi si sono fatte strada attraverso prodotti di elevata qualità che offrivano una ventata di innovazione che non si vedeva da tempo. Una strategia dell’osare che agli utenti è piaciuta e ha immediatamente generato una nicchia considerevole di mercato in continua e rapida espansione.

La prima conseguenza dell’ingresso dei big cinesi nel mercato occidentale è stata sicuramente una riduzione generalizzata dei prezzi, soprattutto nei segmenti medio/bassi del mercato. Con l’erosione di quote di mercato sempre più importanti da parte dei brand del Sol Levante, la minaccia per gli oligopolisti occidentali è diventata sempre più concreta.

Le grandi aziende hi-tech cinesi hanno così iniziato a stringere accordi commerciali e a collaborare in maniera importante, principalmente con aziende statunitensi (Google su tutti attraverso Android e i servizi ad esso connessi) per lo sviluppo integrato di hardware e software, conferendo enorme impulso all’innovazione.

A riprova della spirale positiva generata, basti pensare che alcune delle personalizzazioni Android più apprezzate dagli utenti di tutto il mondo, sono proprio state sviluppate in Cina da aziende di cui fino a pochi anni fa ignoravamo l’esistenza.

L’esplosione della guerra commerciale

L’esplosione della guerra commerciale tra USA e Cina ha avuto un impatto considerevole sul tessuto aziendale privato e sui rapporti tra le aziende, mettendo a rischio anche gli accordi già siglati. I dazi imposti dalle amministrazioni americane e cinesi hanno scosso i mercati internazionali, coinvolto la Federal Reserve, e dato il via ad una escalation di tensioni che hanno compreso naturalmente anche il mercato hi-tech.

La battaglia si svolge sul campo dell’innovazione tecnologica e della promozione di innovativi mezzi di comunicazione, territorio in cui gli Stati Uniti hanno da sempre avuto pochi rivali ma che oggi più che mai cominciano a vedere considerevolmente intaccata la loro supremazia.

È un dato di fatto incontrovertibile che gli ingenti investimenti delle imprese del Dragone, le particolari condizioni del mercato del lavoro ed i permissivi regolamenti cinesi in materia di concessioni (ad esempio sui valori di emissioni elettromagnetiche) abbiano permesso un netto passo in avanti e una diffusione capillare di nuove tecnologie. Gran parte degli apparati e delle antenne che consentono le telecomunicazioni moderne sono realizzate con tecnologia progettata e sviluppata in Cina. La corsa ad accaparrarsi il primato sulle comunicazioni 5G vede in netta posizione di vantaggio le aziende cinesi rispetto a quelle americane.

Nella visione dell’amministrazione Trump, la strategia difensiva è affidata ai dazi imposti sui prodotti cinesi, quella offensiva si è concretizzata con l’ampliamento della cosiddetta Entity List da parte del Dipartimento del Commercio USA a maggio 2019 che di fatto impedisce alle aziende statunitensi di collaborare con determinate aziende cinesi (in particolare con Huawei, individuato come primo pericolo e principale obiettivo dell’attacco).

La preoccupazione delle aziende USA

L’aumento dei dazi ha creato preoccupazione tra le grandi aziende americane, prima fra tutte Apple che in una lettera inviata al rappresentante per il commercio, Robert Lighthizer, ha evidenziato come le tariffe proposte avrebbero un forte impatto su quasi tutti i prodotti Apple, compresa la componentistica di ricambio destinata all’assistenza tecnica. 

Anche Foxconn che assembla i prodotti della Mela in Cina si è resa disponibile a spostare la produzione qualora Apple ritenesse opportuna tale drastica contromisura. Lo spettro dell’aumento dei prezzi dei prodotti Apple aleggia in maniera sinistra proprio a causa della politica del governo Trump. L’azienda di Cupertino evidenzia come tali misure la porrebbero in situazione di svantaggio rispetto ai suoi concorrenti internazionali, avvantaggiando proprio i concorrenti cinesi.

Dello stesso avviso anche Intel, HP, Microsoft e Dell che in una lettera congiunta hanno dichiarato apertamente che “I dazi danneggeranno i leader tecnologici statunitensi, ostacolando la loro capacità di innovare e competere in un mercato globale” e che i dazi potrebbero vanificare gli investimenti effettuati negli ultimi anni in innovazione (35 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo nel 2017) e l’occupazione sul territorio statunitense. Ovviamente a farne le spese sarebbero inizialmente i consumatori che, secondo uno studio di Consumer Technology Association, potrebbero vedere rincari di circa il 19% per l’acquisto di laptop e tablet. Questo comporterebbe inevitabilmente una contrazione dei consumi e conseguentemente un danno per le aziende americane.

Insomma, la carta del ban giocata dall’amministrazione USA per combattere la prepotente ascesa delle aziende cinesi non favorisce le aziende americane che hanno sempre potuto contare su partnership commerciali e tecnologiche rivelatesi fruttuose in termini economici e di innovazione immessa sul mercato globale. Secondo Goldman Sachs, intaccare i rapporti commerciali tra USA e Cina – impedendone gli affari – farebbe perdere a Intel circa 85 milioni di dollari che rappresentano l’1% delle sue entrate totali, mentre AMD potrebbe perdere il 2% pari a circa 39 milioni di dollari. Nella stessa situazione si troverebbero altri grandi marchi come Qualcomm, Broadcom, Micron, Xilinx. Alcune di queste aziende avrebbero già a maggio incontrato il Dipartimento del Commercio proprio per salvaguardare i propri interessi commerciali.

Il caso Huawei

Al momento, il colpo più duro è stato sferrato ai danni di Huawei che conta su una collaborazione stabile con Google che fornisce il sistema operativo per tutti gli smartphone della casa cinese. Improvvisamente quindi a Google è stata inibita ogni collaborazione con Huawei che ha dovuto necessariamente incassare il colpo e, anche se non dimostrandolo apertamente, ha dovuto correre rapidamente ai ripari.

Dal punto di vista di Google, sono a rischio tutti gli introiti provenienti dai servizi Google e dal Play Store. Inoltre, negare la licenza Android a Huawei non farebbe accedere Google all’enorme mercato cinese.

Per Huawei, da un lato c’è il problema di garantire gli aggiornamenti di sistema ai dispositivi già immessi sul mercato. Dall’altro c’è l’impossibilità di rispettare le roadmap di sviluppo e di rilascio dei nuovi dispositivi che non potranno più contare sui servizi Google, ampiamente utilizzati in Occidente e di fatto assenti in Cina. La società di Shenzhen si trova dunque a dover far fronte a un’emergenza imprevista e particolarmente delicata da gestire.

La soluzione paventata inizialmente sarebbe stata quella di utilizzare la versione Open Source di Android e successivamente personalizzarla con degli update realizzati ad-hoc dagli sviluppatori Huawei. Successivamente, durante una presentazione ufficiale, è stato presentato HarmonyOS. Si tratta di un nuovo sistema operativo basato su Linux (come Android) che, a detta del colosso cinese, sarebbe molto più performante e versatile di qualunque sistema operativo presente sul mercato. Huawei ha inoltre dichiarato di essere pronta ad effettuare la migrazione da Android ad HarmonyOS di tutti i dispositivi presenti sul mercato in brevissimo tempo. Nei fatti, però, HarmonyOS è stata presentata solo sulle TV.

Huawei ha scelto di mostrare al mondo che possiede già una soluzione e che questo attacco da parte degli USA non scalfisce minimamente il loro potere e le loro previsioni di sviluppo futuro. Ha dichiarato al mondo di avere una soluzione tecnologica adeguata che sarà addirittura migliore di quanto presente oggi sul mercato.

Il problema centrale però, a mio parere, non è stato risolto. In Occidente, un dispositivo che non può contare sui servizi Google perde qualsiasi appeal commerciale e diventa sostanzialmente inutile. A riprova di questo, negli scorsi giorni è stato presentato in Europa i nuovi dispositivi top di gamma di Huawei: Mate 30 e Mate 30 Pro. A causa della querelle con gli USA, molto probabilmente sarà distribuito in Europa solo nella variante “Pro”, con la versione AOSP di Android ovvero quella Open Source priva dei servizi Google. Lanciare un dispositivo che rappresenta oggi il top dell’innovazione nel mercato smartphone e che supera la soglia dei 1000 euro è davvero un azzardo non da poco per il colosso di Shenzen.

Acquistereste uno smartphone che non permette di accedere a Gmail? Riuscireste a rinunciare a Google Maps o all’assistente vocale? Riuscireste a fare a meno di applicazioni ormai entrate nella nostra vita quotidiana? Pensate a Youtube, a Google Drive, a Google foto e, in generale, a tutto l’ecosistema da cui Google ci ha reso praticamente dipendenti.

Huawei sa bene che un nuovo sistema operativo, seppur proprietario e non vincolato alla collaborazione con aziende terze, non risolverà il problema di accesso ai servizi Google.

Huawei si trova oggi a dover risolvere un problema che presenta mille sfaccettature: tecniche, politiche, economiche e, non ultime quelle commerciali, di marketing e di immagine. È indispensabile lavorare su tutti i fronti per venirne a capo e trovare una soluzione ad un problema che ha spiazzato tutti, americani e cinesi, e che sta creando gravi danni agli scambi commerciali e tarpando le ali allo sviluppo tecnologico.

Effetto lock-in e dipendenza dai servizi occidentali

In generale, la sensazione è che le aziende cinesi, (anche quelle non interessate dal ban, seppur in misura minore) abbiano pianificato il loro aggressivo ingresso nel mercato occidentale legandosi ad accordi commerciali sui servizi di terzi, e questo non le ha rese completamente autonome.

Questo perché l’esperienza d’uso cinese è molto distante dalle aspettative di un utente occidentale. Molti dei dispositivi venduti in Cina hanno interfacce utente pensate e funzionanti solo con ecosistemi presenti solo in quel determinato territorio.  

Si pensi ad esempio alle TV prodotte da Xiaomi di cui si sentono pareri entusiasmanti per quanto riguarda la qualità dei materiali e del display. Questi dispositivi, in Cina, possono avvalersi di un sistema operativo che fa uso di specifici algoritmi di intelligenza artificiale che rendono la televisione un vero e proprio centro multimediale integrato con il quale è possibile interagire in maniera del tutto innovativa e che fornisce suggerimenti personalizzati sulla base dei gusti di ogni utente.

Questi servizi, in Occidente, non funzionano e la tv viene venduta (per ora non in tutti i paesi) con gran parte delle funzionalità che potremmo definire “killer” disabilitate perché non pronte ad operare ed interagire con i sistemi occidentali. Un altro esempio simile si potrebbe fare con i dispositivi di domotica che solo da pochissimo tempo sono compatibili con le tecnologie occidentali.

Per le aziende cinesi in via di internazionalizzazione, la via più breve percorribile per entrare nel mercato dei servizi occidentali con il proprio hardware, è stata quindi quella di legarsi alle aziende leader nel settore. Sarebbe infatti stato troppo oneroso sotto tutti i punti di vista sviluppare un ecosistema di servizi concorrente che potesse far breccia in un mercato in cui gli utenti sono già molto fidelizzati.

Huawei e le aziende interessate dal ban, ma potenzialmente tutte le imprese cinesi, oggi soffrono proprio di questo effetto lock-in riguardo i servizi utilizzati dalla popolazione occidentale. Nel mondo hi-tech, dove l’integrazione tra i servizi costituisce spesso il valore aggiunto e il fattore determinante per il successo di un prodotto, essere obbligati a navigare in solitaria può essere davvero arduo anche per chi ha costruito un impero in Oriente.

Avvicinare due mondi così distanti come Cina e USA è stato uno dei primi passi tangibili della globalizzazione e si è concretizzato nella stretta e proficua collaborazione tra aziende. A prescindere dagli ostacoli che le amministrazioni e i governi apporranno, questi non sono i primi né gli ultimi ostacoli che si incontreranno nel percorso di globalizzazione innescato proprio dall’esplosione tecnologica e delle reti di comunicazione.

Ad oggi resta la curiosità di scoprire le carte dell’amministrazione Trump e capire quali sono le vere motivazioni dietro questa politica definibile come una “bomba atomica” nel commercio che sta causando danni senza distinzioni. 

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